Il mese di giugno è stato il terzo più caldo a livello globale dopo il 2023 ed il 2024. Tra la fine di giugno e l’inizio di luglio si sono registrati fenomeni di stress da calore e si sono triplicati i decessi. L’anticiclone africano sull’Italia ha raggiunto l’Europa settentrionale alzando le temperature dei mari oltre a minacciare i ghiacciai alpini. Gli scienziati concordano ormai sull’aumento della temperatura media globale causato principalmente dalle attività umane che rilasciano gas serra nell’atmosfera. Tuttavia le emissioni di gas serra dovute alle attività militari non sono considerate dai trattati internazionali.
Le emissioni del settore militare sono soggette a misurazione per una quantificazione
reale del loro impatto? Fin dal Protocollo di Kyoto (1997) le emissioni militari sono sostanzialmente escluse dai vincoli di comunicazione e dai trattati sul clima. L’accordo di Parigi nel 2015 (COP 21) può essere considerato – per alcune questioni – un punto di svolta nei negoziati climatici. Tuttavia – per quanto riguarda le emissioni militari – ha lasciato libertà di scelta ai singoli Stati: alcuni Stati lo fanno, altri no.
Perchè dunque le emissioni di gas serra dovute al settore militare sono escluse dai
trattati internazionali? Ogni guerra ha delle grandi implicazioni umanitarie mentre spesso vengono trascurate le sue conseguenze ambientali. Le attuali guerre – e non solo – oltre all’esaurimento delle risorse naturali ed il degrado ambientale, contribuiscono in maniera significativa al surriscaldamento globale.
Le attività militari, l’uso di combustibili fossili per i mezzi di trasporto, gli armamenti e l’industria bellica sono fonti di emissioni di CO2 ed altri gas serra: il settore militare contribuisce con il 5% delle emissioni globali di gas serra. Le guerre causano distruzione di infrastrutture, inquinamento dell’aria, dell’acqua, del suolo e l’aumento dell’incertezza che influisce negativamente sugli investimenti e sui consumi. Gli effetti delle attività belliche sull’ambiente sono devastanti: contribuiscono all’inquinamento atmosferico, alla distruzione degli ecosistemi, alla contaminazione delle risorse idriche ed al rilascio di sostanze tossiche con impatti a lungo termine sulla salute pubblica. Inoltre l’incremento della spesa militare comporta un aumento della produzione di acciaio e di alluminio: settori ad alta densità energetica. Di fronte a questo scenario apocalittico riceviamo quotidianamente – attraverso i telegiornali – rassicurazioni sulla stabilità del Paese in cui ci stiamo sempre più impoverendo e spopolando. Si enfatizza l’aumento delle spese militari con l’obiettivo di rafforzare le capacità difensive del Paese. Il 10 luglio u.s. si è svolta a Roma la conferenza sulla ripresa dell’Ucraina con l’obiettivo di discutere e coordinare gli sforzi internazionali per la ricostruzione del paese vittima di una guerra di cui non si intravede la fine.
La speranza per un futuro non può basarsi su forme di propaganda ideologica in cui ognuno
-a seconda della propria appartenenza – dispensa ricette e giudizi. Anche le bizzarre e contraddittorie affermazioni quotidiane dell’attuale presidente statunitense – oltre a rappresentare un’ulteriore minaccia all’economia globale – costituiscono una distrazione di massa funzionale al circo mediatico. In questo contesto di conflitti e di riarmo si sta speculando sulla citazione “Se vuoi la pace, prepara la guerra” (Si vis pacem, para bellum) – locuzione latina attribuita a Flavio Vegezio (IV secolo d.C.) – oggetto peraltro di dibattito ed interpretazioni nel corso della storia.
E’ certamente meglio trarre ispirazione dalle celebri note di “Imagine” di John Lennon di cui riportiamo uno stralcio: “Immaginate che non ci siano patrie – Non è difficile farlo – Nulla per cui uccidere o morire – Ed anche alcuna religione – Immaginate tutta la gente – Che vive la vita in pace – Si potrebbe dire che io sia un sognatore – Ma io non sono l’unico – Spero che un giorno vi unirete a noi – Ed il mondo sarà come un’unica entità”.